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2 - Impurità

di Andrea Morsani
Creato: 09 Novembre 2009

Negli ultimi tempi a Roma, a Novembre, aveva preso a piovere parecchio. Nulla di simile agli autunni di qualche anno prima: asciutti e caldi. Todeschini guardava distrattamente fuori dalla finestra dell'ufficio, che gli regalava una stupenda vista sulla strada e sul palazzo di fronte. "Una precisione chirurgica, quasi." Todeschini tornò su questa terra, riuscendo a porre attenzione alle parole di Marelli. Lo fissò come si fa con un quadro, poi comprese. "Si, decisamente".

 

"Il primo colpo ad abbattere il ragazzo che guardava dalla sua parte. In mezzo agli occhi. Il secondo, immediatamente dopo, sul volto di quello che stava scrivendo, che deve essersi girato. E il terzo, a centrare il ginocchio di uno in corsa, anche se di spalle. Un cecchino."
"Ti sei chiesto perchè il ginocchio? Ai primi due non ha lasciato speranze: ha colpito per uccidere. Ma il terzo... sarebbe stato facile colpirlo alla schiena, piuttosto che mirare al ginocchio in movimento. Perchè tentare un colpo difficile e non mortale quando poteva chiudere la partita? Appena Spada torna, mi metto a cercare la provenienza dei proiettili. Magari riesco a risalire al negozio dove li ha comprati."
Marelli rimase in silenzio; Todeschini allora si rituffò nelle sue carte. Quel duplice omicidio era un caso di quelli importanti, ma non era l'unica pratica aperta sulla sua scrivania.


Seduto sul letto, teneva in grembo il calcio, mentre oliava l'interno della canna con uno straccio. La sintonia della radio era persa, e dalle casse usciva un fruscio distorto che copriva le parole quel tanto che bastava per impedirne di comprendere il significato. Mentre completava la manutenzione, lo sguardo si portò sul prossimo utensile. Era pronto, sul tavolo, poggiato su un panno morbido. Era uno dei suoi preferiti; da sempre attendeva di poterlo usare. Solo poche ore e avrebbe avuto la sua occasione.


La ragazzina si agitava freneticamente. Lui le fissava la nuca, con occhi di ghiaccio venati da disprezzo. Si stava sentendo sporco, sebbene tentasse di mascherarlo a se stesso con la scusa dell'esca. Non la sentiva proferir verso, anche se era certo che stesse mugolando. La musica, quella che chiamavano musica, copriva ogni suono.
Non era certo di volersi sbrigare. Quella parte del lavoro, la parte che lo infangava, lo rendeva così simile a loro. Era come se una parte di lui volesse essere come loro; l'altra parte lo sapeva, ma taceva per comodità. Intanto la ragazzina aveva preso a muoversi più velocemente; le era bastato calarsi le mutandine, tirarsi su la mini a tubino, e appoggiarsi alla parete del cesso. Ci era sicuramente partita da casa, con quell'idea. Forse era fatta, o ubriaca, o tutte e due le cose; non che importasse, comunque. Piuttosto, si era stupito di quanto fosse stato facile; era bastato farle vedere una banconota da 100, che lei aveva preso con sguardo malizioso. Lui non era più giovane, e non pensava di essere mai stato un bel ragazzo, ma evidentemente Dio Danaro era più forte di ogni cosa.
Si accorse che di lì a poco sarebbe venuto, quindi dalla tasca posteriore prese il fil di ferro, impugnò i manici di legno che aveva costruito e rapidamente lo avvolse intorno al collo della ragazzina, la quale non reagì subito. Persa com'era nel suo momento, impiegò fin troppo a capire che qualcosa le stava bloccando carotide e afflusso d'aria; quando prese a dibattersi, lui ormai aveva una salda presa che tenne per quel che fu necessario. Non ci volle molto, in effetti; il tempo di concedergli di dar defluire il sangue dal tessuto spugnoso e permettergli di rimetterlo nei pantaloni senza sforzi.
Prese la ragazzina sottobraccio, che ora pareva dormire come dopo lo sballo, e uscì aprendo lentamente la porta. Un ragazzo si infilò al loro posto, mentre nell'angolo, davanti ai lavandini, una ragazza stava facendo una sega ad un tipo con gli amici che riprendevano la scena col cellulare. Lui uscì, e nella penombra raggiunse un divanetto. Scaricò dolcemente il corpo, assicurandosi di non sembrare poco attento; poi si diresse verso l'uscita, sparendo nella folla che ballava.

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