Nel 1941 si scatena in Russia la più grande offensiva militare della storia, l’operazione Barbarossa. In questo contesto combatte un’Armata di giovani italiani. Il loro intervento, da semplice contributo di uomini e di sforzi, diverrà vero tributo di sangue. Solo la metà di loro tornerà a casa.

 

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Nel ‘41 i panzer tedeschi ruotano senza sosta i loro cingoli spingendo il nemico sovietico sempre più lontano. Alla luce degli incredibili successi anche l’Italia, per espressa decisione di Mussolini, contribuisce inviando dapprima il suo Corpo d’Armata, lo CSIR (Corpo di Spedizione Italiana in Russia), che poi viene ampliato sino a costituire l’ARMIR (Armata Italiana in Russia).
Nell’estate del ‘42 l’intero Corpo alpino, già decimato in Grecia, viene rimpatriato e poi inviato a scaglioni in Ucraina. Avrebbero dovuto operare sulle montagne del Caucaso verso i pozzi petroliferi di Bakù, ma l’arresto dell’avanzata tedesca a Stalingrado li obbliga a posizionarsi a difesa sulle sponde del Don.

Dopo nove giorni di treno la Russia appare agli alpini in tutta la sua infinita desolazione: 500 chilometri da percorrere a piedi nel fango gelido per raggiungere il fronte dove la steppa si estendeva a perdita d’occhio senza alcun punto di riferimento degno di nota. Strade quasi non ce n’erano e ancor meno le linee ferroviarie. A spezzare la monotonia di quelle pianure spuntavano villaggi indistinguibili tra loro.
Dopo un mese di tragitto l'ARMIR è riunito ed ora comprende dieci divisioni. La linea del fronte lunga 270 chilometri può appena essere coperta. Da riserva fa la “Vicenza” con enormi problemi di organico e materiali: “era come se dietro le divisioni alpine non esistesse alcuna riserva. Dal Don al Brennero c’è il vuoto”, come scrive Egisto Corradi. Considerando inoltre che ai fianchi dell’Armata ci sono le inaffidabili armate ungheresi e romene, gli italiani sono lì da soli.
In fretta e furia gli alpini, ultimi ad arrivare, dovettero adoperarsi per approntare la linea difensiva e i rifugi per l’inverno prima che il terreno congeli. Si scavano delle città sotterranee 4-6 metri sottoterra per poter resistere al freddo e alle bombe, il che richiede solo per la "Julia" il taglio di più di 8 mila alberi.

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A novembre i russi sferrano una serie di attacchi che sbaragliano completamente le forze dell’Asse. A Stalingrado si combatte la battaglia decisiva della guerra. L’intera sesta armata tedesca sta quasi riuscendo nel conquistare la città quando viene chiusa da un attacco a tenaglia. Per ordine di Hitler si deve combattere sino all’ultimo uomo. Il resto del fronte è arretrato di decine di chilometri e le divisioni di panzer tentano senza successo di spezzare la morsa.
Anche sul Don la situazione non è delle migliori, ora il fiume congelato è una perfetta pista per i carri aumentano le incursioni atte a testare la validità delle difese. Il 18 dicembre i russi fanno breccia sulla posizione della “Sforzesca” che la “Julia” corre a tamponare. Benché gli alpini tengano la posizione ormai la linea italiana è tagliata in due. Il 20 dicembre tutto il blocco sud viene insaccato e si ritira senza che si sappia.
Le comunicazioni tra le unità italiane frammentarie e confuse sin dall’inizio, saltano completamente. Gli alpini, ignari di tutto quanto stesse accadendo, aspettano un mese prima che sia dato loro ordine di ripiegare, che viene diramato solo il 17 gennaio, quando ne viene assaltato il comando.

Si registrano temperature inferiori ai -40 gradi quando gli alpini escono dai loro caldi rifugi. L’unico modo per sopravvivere al freddo è indossando tutti i propri indumenti. I più fortunati hanno i formidabili valenki: stivaloni russi di solo feltro che arrivano fino al ginocchio.
Soli con i loro muli e carichi del minimo indispensabile iniziano la lunga marcia. Pochi carri tedeschi e la “Tridentina”, l’unica divisione ancora in forze e completa dei suoi cannoni, aprono la strada. Si muove semplicemente “verso ovest” in una disperata corsa contro il tempo di paese in paese, nella speranza di oltrepassare l’accerchiamento prima che si intensifichi troppo. Paradossalmente quella che doveva essere una ritirata diviene invece un susseguirsi di offensive: ogni paese che si incontra equivale ad una battaglia e, se non con i russi, con i propri compagni o con i tedeschi. Ognuno combatte una battaglia personale, in primis contro il freddo. Da una notte all'addiaccio non ci si risveglia più, lottare quindi per accaparrarsi il proprio posto in un’isba significa vivere un giorno di più. Una battaglia contro la fame: si era ridotti a mangiare ogni genere topi, provviste ormai marce, si sacrifica qualche mulo, anche a scapito di abbandonare i feriti. Al culmine della disperazione, allucinati dall’inumana fatica e dagli stenti, il cameratismo viene messo da parte e si assiste ad episodi di cannibalismo. "Pietà l'è morta", come alcuni di loro canteranno tra qualche tempo.
Nonostante tutto, la colonna lunga 20 chilometri procede nella neve. Ogni tanto il battaglione dietro di sé scompare, forse fatto prigioniero da qualche unità corazzata o forse scappato. Ad un certo punto scompare perfino la slitta del comando alpino. Ad un bivio prendere una strada anziché un’altra può significare la vita o la morte. Le divisioni dovevano incontrarsi a Valuijki. La “Tridentina” venendo a sapere della presenza russa nel luogo d’incontro, dà il contrordine di procedere verso nord. Ma il segnale non viene captato e la “Vicenza”, la “Cuneense” e quel che resta della "Julia" proseguono comunque venendo annientate.

 

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La fase conclusiva della ritirata si concretizza per la "Tridentina" nello scontro di Nikolaevka. Il paese è attraversato da una ferrovia, per aggirarla gli alpini hanno come unica soluzione quella di infilarsi in un sottopassaggio dove una mitragliatrice russa li massacra. Senza più armi, ridotti allo stremo, tentano il tutto per tutto venendo respinti. È allora che il Generale Reverberi sale in piedi sull’ultimo carro tedesco rimasto ed esorta i disperati a proseguire gridando “Tridentina, avanti!”. Come rinvigoriti da nuova energia, travolgono la linea sovietica scacciandoli dal paese e senza ancora saperlo, erano liberi. Passano altri giorni di marcia finché in cielo non vedono una "cicogna" tedesca, sono finalmente rientrati.

Al termine della ritirata 100 mila uomini non sarebbero più tornati a casa.

 

"Io resto qui.
Addio.
Stanotte mi coprirò di neve.
E voi che ritornate a casa pensate qualche volta a questo cielo di Cerkovo.
Io resto qui con altri amici in questa terra.
E voi che ritornate a casa sappiate che anche qui, dove riposo, in questo campo vicino al bosco di betulle, verrà primavera."
(Giuliano Penco, 1943)

 

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La colonna in marcia

 

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Momenti della ritirata

 

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Ufficiali a rapporto dal gen. Reverberi (a destra) dopo la battaglia finale - Illustrazione di Reverberi durante la battaglia - Il sottopassaggio fulcro degli scontri a Nikolaevka

 

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