A Roma si sta giocando una partita fondamentale: da una parte chi cerca di salvaguardare la vivibilità di un intero quadrante; dall’altra banche, palazzinari e pallonari.

 

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La vicenda, se non vivete sotto una pietra, la conoscete per forza: il proprietario della Roma calcio vuole uno stadio tutto suo, e la zona di Tor di Valle viene scelta per la costruzione di un nuovo impianto. Decaduto Marino, il Movimento 5 Stelle rimette in discussione il progetto, fra caustici dibattiti e slogan di parte.
Questi i fatti a grandi linee; ma per capirne i dettagli, è necessario ricostruire la vicenda dal principio.

 

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Pallotta e Parnasi

 

Settembre 2014: la giunta Marino, in fretta e furia, approva la delibera di costruzione dello stadio della Roma. Il progetto presentato da James Pallotta e Luca Parnasi, business man statunitense e proprietario dell’AS Roma il primo, e noto palazzinaro il secondo, viene approvato repentinamente per evitare che l’imminente caduta di Marino blocchi tutto. Non vengono prese in considerazioni le perplessità dei comitati di quartiere, che si stanno appena iniziando ad informare ma che fin da subito si mostrano scettici verso il progetto, e neppure vengono proposti tavoli di studio sul merito. Il progetto si deve fare, e basta.
Cade la giunta Marino, e segue un periodo di interregno durante il quale il prefetto Tronca non muove un dito. Arriva Virginia Raggi, e finalmente le notizie iniziano a circolare anche presso chi non vive nei quartieri direttamente interessati dalla costruzione: oltre allo stadio, il progetto prevede un centro commerciale e tre grattacieli destinati ad ospitare uffici; le cubature sono tali che alla fine lo stadio andrebbe ad occupare meno del 15% della totalità, dimostrando l’abnormità delle opere edilizie previste dal progetto.

 

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Il modello mostra quanto questi giganteschi grattacieli siano fuori contesto

 

È un progetto, questo di Parnasi, che nasce da lontano: nel 2012 il costruttore romano sottopone l’idea a James Pallotta e contemporaneamente acquista la zona di Tor di Valle interessata dal progetto; i soldi per l’operazione gli arrivano dalla vendita del suo grattacielo dell’Eur alla Provincia di Roma, 263 milioni di Euro che escono dalle casse pubbliche grazie all’accordo firmato da Nicola Zingaretti appena prima che il suo mandato termini e che diventi Presidente della Regione Lazio.
Se pensate che gli acquisti degli enti pubblici con mandati in scadenza siano una coincidenza, sappiate che non è l’unica: sia Marino che Zingaretti sono in quota PD, ambiente amico al padre di Luca Parnasi, comunista e anche lui costruttore. La famiglia Parnasi ebbe un ruolo importante a Roma nel dopoguerra nell’edilizia popolare, per poi passare ai più recenti mostri quali Porta di Roma, un quartiere di asfalto e cemento completamente privo di servizi e scollegato dal resto della città, ma che ha giovato addirittura della modifica della bretella autostradale A24 (la Roma-L’Aquila, per intenderci); o Euroma2, un centro commerciale circondato dal grigio del cemento e di case anonime che deturpano i confini ed il panorama dell’Eur. Per non parlare del tentativo di costruire in pieno agro romano, a ridosso del parco dell’Appia Antica, apparentemente in società con l’ex avvocato di un boss mafioso.

 


Parnasitalia, la società della famiglia di costruttori, è fortemente indebitata con Unicredit (si parla di quasi 500 milioni di euro), la banca vicina al Partito Democratico (quando si dice il caso), e la banca stessa sta prendendo azioni per iniziare a controllare direttamente la società. Insomma: Unicredit rivuole i suoi soldi, con le buone o con le cattive.

 

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Le abominevoli torri di Euroma2

 

Quanto sopra riportato è facilmente rintracciabile con una breve ricerca presso le più comuni fonti di informazione, e lascia spazio ad una di quelle teorie degne dell’Andreottiano “a pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina”: Parnasi, indebitato con Unicredit, cerca disperatamente di uscire dalla situazione debitoria pensando a costruire un nuovo stadio con un mega centro direzionale annesso; lo stadio farà da paravento per l’opinione pubblica. Acquista i terreni e inizia a far pressione presso l’amministrazione PD che gestisce Roma. Unicredit, a conoscenza delle intenzioni di Parnasi, spinge dall’interno affinchè l’operazione vada in porto, con lo scopo di rientrare dei propri crediti. Saltata la copertura amministrativa (cade Marino), e dopo aver visto che la giunta Raggi fa muro contro le speculazioni edilizie (vedi le Olimpiadi a Roma), inizia una campagna stampa mirata a denigrare chi si oppone a questo progetto; a partecipare non sono solo i principali quotidiani nazionali controllati dal PD (come la Repubblica ed il Corriere della Sera), ma anche quelli del rivale di Parnasi: l’altro costruttore romano per eccellenza, Caltagirone; visto il comune nemico, mette a disposizione le sue testate (Il Messaggero e il quotidiano online Roma Today) per distruggere la figura del sindaco a 5 Stelle. Da parte sua l’AS Roma ci mette il carico, mobilitando tifosi, l’allenatore Spalletti e l’icona di questa città priva di cultura, quel Francesco Totti apprezzabile nei suoi gesti di solidarietà ma molto meno quando parla di politica ed urbanistica. “Famo sto stadio” è un mantra che corre di bocca in bocca in quella parte di popolo romano a cui interessa solo scommettere (il “picchetto”, come si chiama da queste parti) e parlare di calcio, e che risulta molto utile nel mettere pressione sull’attuale amministrazione capitolina, già in difficoltà per le sue limitate capacità dimostrate in numerose situazioni.
È una teoria, e come tale prona ad essere errata e smentita. Eppure, fila fino in fondo.

 

20170221 stadio totti 8Un idolo calcistico prestato a politica e finanza?

 

Se ci sono necessità di uno stadio di proprietà della società di calcio, sono necessità private; l’interesse pubblico, concesso inizialmente da Marino, è stato giustamente cancellato dalla giunta Raggi. Il problema, per l’amministrazione capitolina, è che un’accordo è già stato siglato, ed ora tornare indietro senza pagare forti penali è difficile. In questo contesto si può leggere la goffa dichiarazione della Soprintendenza delle Belle Arti, mirata a tutelare un impianto ippico, quello di Tor di Valle, che è solo un cumulo di macerie e rifiuti.
Ma se il problema è avere uno stadio più piccolo, si potrebbe pensare a ricostruire lo stadio Flaminio, opera piena di storia ed abbandonata a se stessa, affidata alla FIGC dopo che la Federazione Rugby ha scelto l’Olimpico per le partite del 6 Nazioni; non ci sarebbe spreco del territorio e si rivaluterebbe un’opera ad ora inutilizzata.
Peraltro lo stesso stadio Olimpico rischia di diventare una cattedrale nel deserto, se la squadra col maggior seguito dovesse spostarsi altrove, e potrebbe essere anch’esso oggetto a revisione. Se la Roma vuole uno stadio, opzioni per non cementificare nuove zone ce ne sono.

 

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Lo stadio Flaminio oggi

 

Resta il fatto che qualora si decidesse per uno stadio ex-novo, fuori dal centro, la zona di Tor di Valle non è funzionale allo scopo.
La zona è destinata ad uso alluvionale, cioè a ricevere le piene del Tevere durante le crisi che cominciano a farsi sempre più frequenti; la zona è sotto il livello del fiume, coi rischi che ne conseguono. Le aree limitrofe vanno spesso sott’acqua, e basta passare sul ponte del raccordo in un giorno invernale durante un periodo di maltempo per constatarlo.

Accanto al terreno individuato da Parnasi sorge il più grande depuratore d’Europa, che tratta i rifiuti di circa un milione di romani. Passare in zona a finestrini abbassati, specialmente nelle ore serali, regala momenti di gioia agli automobilisti in transito – per non parlare degli abitanti del vicino quartiere del Torrino, anch’esso di Parnasiana costruzione, che con quell’odore sono costretti a convivere 365 giorni l’anno. Intorno al depuratore ci sono 20 ettari vincolati da inedificabilità, e le zone adiacenti sono soggetti a vincoli paesaggistici indirizzati sia alla salvaguardia delle specie animali che trovano riparo nella campagna romana sia ad evitare ulteriori dissesti idrogeologici: un terreno cementificato non assorbe l’acqua, e le zone sul Tevere a valle (Acilia, Dragona, Ostia) sono già soggette a ricorrenti allagamenti. Questa costruzione non farebbe che peggiorare situazioni già in essere e che hanno portato anche alla morte di una persona, all’Infernetto, nel 2011.

 

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Il progetto edilizio; sulla sinistra il depuratore. I ponti sul Tevere ad oggi non esistono

 

Ancora non abbiamo parlato della viabilità: il quadrante del X municipio di Roma (Ostia, Infernetto, Dragona, Acilia) è il più ampio della capitale ma offre appena tre strade di collegamento: via della Scafa verso Fiumicino, via Cristoforo Colombo e via Ostiense/via del Mare verso Roma. Strade assolutamente inadatte a ricevere l’enorme afflusso di veicoli provenienti dalle zone lidensi; parliamo di 250000 persone che vivono in questa zona, un decimo della popolazione totale di Roma, già oggi ostaggio di strade incapaci di ricevere il flusso veicolare. Nelle ore di punta il Grande Raccordo Anulare è bloccato proprio in prossimità della via del Mare per i veicoli in coda che attendono di immettersi verso Ostia; percorrere una decina di chilometri dal mare verso Roma può richiedere anche due ore.

 

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Un tranquillo Lunedì pomeriggio di traffico a Roma sud

 

I collegamenti pubblici sono pressochè assenti; le poche linee su gomma che raggiungono l’Eur, quindi la metropolitana, sono bloccate nel traffico, e la famigerata linea Roma-Lido, oltre ad essere stata segnalata come peggior tratta ferroviaria italiana, è accessibile solo ai quartieri che abitano in prossimità della linea. L’Infernetto, zona construita a tempo di record dai soliti noti, e che oggi ospita non meno di 50000 persone, è collegata al mondo esterno dalla sola via Cristoforo Colombo.
E non menzioniamo chi dal Torrino, da Mostacciano o dall’Eur volesse raggiungere il Raccordo Anulare; sarebbero semplicemente tagliati fuori dall’immane volume di traffico generato.

 

 

La costruzione del solo stadio, per non parlare dei grattacieli e del centro commerciale, sarebbe il definitivo colpo di grazia per queste zone la cui unica colpa è di non aver ricevuto dalle amministrazioni pubbliche dagli anni ’60 ad oggi alcuna attenzione in relazione alla mobilità e allo sviluppo urbano.
Le infrastrutture previste dal progetto andrebbero realizzate prima del resto, per non fare la fine di Porta di Roma (Parnasi, se ci sei batti un colpo), le cui tanto sbandierate iniziative di mobilità a carico del privato non si sono mai realizzate, lasciando gli abitanti abbandonati a se stessi.

 

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Le previste stazioni della metro verso Porta di Roma, mai costruite

 

Queste le ragioni di chi ritiene che lo stadio là non debba essere costruito (non parliamo di grattacieli e centri commerciali). E ciò che più stupisce è l’ostilità di tanti romani che, schiavi del pallone o delle loro idee politiche, sputano odio su chi in quelle zone ci vive e non si pongono la domanda sul perchè di tanta resistenza alla costruzione. Ed è un aiuto che non serve in favore di chi cerca un profitto di circa un miliardo di euro in questa operazione, da ottenere sulla pelle di un territorio già maltrattato, di una mobilità già compromessa, di chi in quella zona ci vive.

 

 

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