Guidati dalla potente quanto particolare voce di Eddie Vedder, i Pearl Jam sono entrati a pieno titolo nell’Olimpo del Rock. Ancora attivi dopo tre decenni, sono ad oggi l’unica band superstite tra le big four di Seattle.

 

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Capelli lunghi e figure esili. Vestiti che all’apparenza sembrano quasi stracci, a coprire sudore e grinta. È il 1992 e siamo al Pinkpop Festival. Sul palco si esibiscono i Pearl Jam, che appena un anno prima hanno rilasciato il loro album di debutto: Ten.
È uno di quei concerti che ti fanno capire che questi ragazzi di strada ne faranno tanta. C’è tutto quello che serve, dalla passione alla pazzia indotta da questo nuovo genere musicale, ben più sporco e diretto rispetto ai toni del passato.

 

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La storia di questo leggendario gruppo nasce dalla decisione del bassista Jeff Ament e del chitarrista Stone Gossard di continuare a fare musica, nonostante la band nella quale avevano militato per anni, i Mother Love Bone, si siano sciolti per l’improvvisa morte del cantante Andrew Wood. Vengono così registrate delle demo strumentali e portate in giro nella speranza di trovare un cantante adatto al ruolo e allo stile. Una di queste cassette intercetta quasi per caso Eddie Vedder, benzinaio a San Diego, che in breve tempo aggiunge parole e voce e rispedisce il tutto a nord, nella solitaria Seattle. Lo richiamano subito, folgorati dal tono di voce e dai testi. Nel frattempo, si aggiunge come seconda chitarra il giovane Mike McCready.

 

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Ancora prima dei Pearl Jam, nascono i Temple Of The Dog, supergruppo che include sia il quartetto già citato che alcuni membri dei Soundgarden, capitanati dalla voce di Chris Cornell. La band vuole essere un tributo e un ultimo addio al compianto amico Andrew Wood, quasi a voler chiudere con il passato per poi lanciarsi verso un futuro nuovo e imprevedibile. Le due voci funzionano, e il gruppo acquista visibilità nonostante l’intento fosse quello di rendere omaggio a un caro amico.

Conclusa l’esperienza del tributo, con l’aggiunta del batterista Dave Krusen, nel marzo del 1991 ha inizio la registrazione dell’album di debutto dei Pearl Jam che vedrà la luce il 27 agosto dello stesso anno, nonostante il cambio repentino di due batteristi in pochi mesi. La scelta finale ricadrà poi su Dave Abbruzzese.  

 

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L’album include undici pezzi, molti dei quali diventeranno pietre miliari della loro carriera musicale. Ricordiamo “Jeremy” e “Black”, forse le due canzoni più struggenti e amate venute fuori da questo album capolavoro. I testi in quasi tutte le loro undici canzoni sono intrisi di emozioni forti, di rabbia e depressione, temi sicuramente non banali e che fanno subito presa sul pubblico affamato di musica vera e intrisa di emozione, che rispecchia in pieno il disagio di una generazione giovane che rapidamente si sta scontrando con la realtà e le difficoltà della vita.

Velocemente il disco guadagna la seconda posizione nella classifica Billboard e viene assegnato il primo disco d’oro della carriera dei Pearl Jam. L’album rimarrà in classifica per moltissime settimane e risulterà uno dei più venduti di tutta la decade. E’ la consacrazione al primo colpo, i Pearl Jam hanno dimostrato di saperci fare e di non voler certamente smettere.

 

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Il gruppo inizia a girare il mondo in incessanti tour e show dal vivo, mentre il successo si fa sempre più evidente. Eddie Vedder è un animale quando si esibisce, si arrampica sulle strutture metalliche che compongono il palco, si lancia sulla folla spesso da altezze vertiginose e soprattutto si emoziona e fa emozionare mentre canta. Eppure, il successo e la visibilità mediatica non piacciono, rendono il gruppo più vulnerabile ad attacchi esterni e a critiche spesso non veritiere. Con l’uscita di Vs. nel 1993, il gruppo tende ad allontanarsi dai riflettori, non girano più video musicali dopo che quello di Jeremy ha scatenato critiche in tutto il paese, fraintendendo il messaggio del quintetto. D’ora in poi sembra quasi che ci sia un lavoro collettivo atto a respingere il troppo successo e le sue ricadute negative. Il gruppo si spinge fino a boicottare Ticketmaster e cancellare il tour estivo del 1994, come protesta per la gestione dei prezzi sul biglietto e il guadagno illecito da parte della già citata TM. Un altro colpo sarà l’allontanamento del batterista Abbruzzese dal gruppo. E’ un periodo delicato e instabile per Vedder e compagni.

 

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Dal 1994 al 1998 vengono pubblicati altri tre album, Vitalogy (1994), No Code (1996) e Yield (1998) che però non hanno la forza e la visibilità dei primi due, ma ci sono segni di una ripresa imminente. Con Yield, infatti, si ha il ritorno dei Pearl Jam nei grandi tour mondiali, e una nuova esposizione mediatica che negli ultimi cinque anni era stata quasi inesistente. Ma questo è un altro capitolo, un'altra storia che approfondiremo nel prossimo articolo.

 

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