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4 - Mattina di indagini

di Andrea Morsani
Creato: 27 Dicembre 2009

Giovanna era sveglia. Seduta sulla sedia di paglia in cucina, con la tazza di thè in mano, la vestaglia tenuta chiusa dalla mano, i piedi nudi appoggiati sulla sbarra della sedia di fronte a lei. I capelli corvini ancora arruffati, lo sguardo insonnolito, lo sentì rientrare, ma non lo salutò. Todeschini posò il berretto sul tavolo del salone, poi si affacciò. Rimasero in silenzio per qualche istante. "Ma sei già sveglia? Sono le sei..."
"Mi sono risvegliata, dopo che sei uscito. E poi non riuscivo più a dormire."
"Scusa..." Todeschini le passò il braccio sotto il mento, cingendole la spalla, e la baciò dolcemente sui capelli. Lei rimase algida, col suo sguardo perso nel vuoto; ma lui era troppo stanco per notarlo. "Vado a dormire un paio d'ore, poi riesco. Dai, vieni a dormire anche tu."
"No, ho un pò di panni da stirare. Poi vado a lavorare. Ci vediamo stasera."


Spada aveva appena portato caffè e cornetti, più un latte freddo non zuccherato e ciambella per Marelli. Il maresciallo aveva i suoi gusti in fatto di colazione ai quali non avrebbe rinunciato per nulla al mondo; all'inizio Spada e Falsini ci avevano scherzato sopra, fra di loro, ma ormai non ci facevano più caso. Spada pensava che la loro fosse una bella squadra; sia il Tenente che il Maresciallo erano alla mano, e Falsini gli risultava simpatico, col suo fare da veneto beone. Anche Marelli non era di Roma; nato in provincia di Catania, era stato un paio d'anni a Milano prima che gli dessero un avvicinamento. A Falsini invece andava bene così: si era trovato una ragazza e a Roma ci stava comodamente. Fra tutti, Spada era a suo agio a Roma, come il Tenente, che a Roma ci erano nati.
"Pietro, hai qualche novità sugli omicidi di viale Pasteur?"
"No Tenente." Marelli ci teneva a mantenere una forma di rispetto nei confronti di Todeschini in presenza dei ragazzi. "Dagli amici non ho avuto nessuna informazione utile, e nemmeno dai genitori. Quelli poi nemmeno lo sapevano, che i figli andavano in giro a scrivere sui muri..."
"Allora oggi ti prendi Falsini e vi battete ogni pista, ogni idea che avete. Ho il Capitano addosso e finora non abbiamo niente in mano. Antonio, tu vieni con me e ci leggiamo le deposizioni degli amici di quei due di stanotte. Ah, fatti dare quegli ingrandimenti che ho chiesto; di quel filmato a un certo punto non ci ho più capito un cazzo."

"Fusi. Come esposti a una temperatura estrema. In pratica la carne si è sciolta e carbonizzata tutto intorno, e i cuori semi-sciolti durante l'operazione; la cauterizzazione ha impedito grosse perdite di sangue. Però non ci sono segni di corpi estranei, o abrasioni, o null'altro. E' come se li avesse attraversati una palla di plasma, che si fosse fermata nello sterno per poi riuscire da dove era entrata. Ah: gli altri organi sono a posto. Infine, l'analisi del sangue riporta abbondanti tracce di cannabis e alcool per entrambi."
Todeschini era basito di fronte al medico legale. Aveva visto chiaramente quell'uomo allungare le mani sul petto dei ragazzi, e non sembrava avesse nulla in mano. Quello che diceva il medico non andava completamente d'accordo con quel che era mostrato sul video di sorveglianza; la cosa lo inquietava. Al rientro in caserma avrebbe rivisto il video; magari, sveglio da poco, nella notte aveva perso qualche particolare importante.

Aveva bisogno di camminare, di respirare aria fresca. Uscire, vedere, Lo aiutava a seguire la strada. La sensazione che provava era strana, non era facile tenerla a bada. Ora che aveva sentito, doveva essere in grado di ascoltare. Di comprendere, e fare. Con la coda dell'occhio, vide un SUV che sfrecciava sulle striscie, seguito da una Smart, mentre due turisti erano costretti a saltare indietro per evitare le macchine. Un attimo dopo, il SUV si bloccò come in un fermo immagine, e la Smart gli piombò addosso. Il collo della donna al volante dell'imponente veicolo ciondolava da sopra la cintura di sicurezza. Il giovane alla guida della Smart era volato fuori dall'abitacolo, e il cranio era ora deformato, avendo terminato la sua corsa contro il montante del veicolo che lo precedeva. Mentre i passanti si avvicinavano per prestare soccorso, sul Suo viso era spuntato un piccolo sorriso.

Non era un tipo tenero, Marelli. Non si faceva certo spaventare da un paio di ragazzini viziati, anche se non era per niente tranquillo. Scese dalla macchina e salì diretto le scale che portavano all'ingresso del centro sociale; appena dentro, si trovò di fronte un ragazzo che alla vista del Carabiniere sbarrò gli occhi. "Dove stano gli amici di Gianluca Paoli?" Il ragazzo indicò una stanza dietro di lui, e Marelli proseguì spedito. Falsini stava dietro di lui a un paio di metri di distanza. Quello era territorio ostile, e ci si poteva aspettare qualsiasi cosa. I centri sociali come gli stadi; gente per certi versi diversa ma al tempo stesso molto simile: idioti che avevano scelto di fregarsene del vivere civile e che si sentivano in diritto di comportarsi da teppisti, coperti politicamente da idioti molto più furbi. Marelli entrò nella stanza, mentre Falsini rimaneva sulla porta a controllare la situazione, dentro la stanza e sul corridoio. L'odore di canna lo disgustava, soprattutto per quel che significava. Anche lui era nervoso, molto nervoso; ricordava lo sgombero di un centro alla Magliana un paio di anni prima e nel quale era stato praticamente loro ordinato di prendere le botte. Non voleva che, in due da soli, potesse andar peggio. Eppure di fidava di Marelli: era esperto, ne aveva viste tante in quasi 30 anni di servizio, e aveva valutato che un blitz silenzioso poteva portare più frutti ad un rischio minore di un'azione diversa. Falsini sperava solo che Marelli si sbrigasse.