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L'oscuro fascino dei perdenti

di Andrea Morsani
Creato: 17 Dicembre 2012

Non ho mai capito il perche', ma fin da piccolo ho sempre avuto un debole per le gli sportivi e le squadre operaie, con un talento limitato compensato con tanto cuore, trattate come cenerentole, e che fondamentalmente falliscono puntualmente i loro obiettivi.

 

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Credo che il tutto sia nato nei primi anni '90, per colpa di una serie di eventi concomitanti che devieranno fatalmente il mio tenero cuoricione di buono.

Allora seguivo ancora il calcio, credendolo uno sport appassionante (ma avevo sedici anni e non capivo un cazzo) e pulito (hahahahahahhahahaha). C'erano le Coppe Europee, quelle vere, ad eliminazione diretta: andata-ritorno e se sbagli vai fuori anche coi Finlandesi. Il periodo in cui l'Inter batteva il Real Madrid in casa e veniva regolarmente e smaccatamente purgata dagli arbitri in terra spagnola, in cui la mia (all'epoca) Roma presentava formazioni improbabili, ed in cui alcune formazioni dal grande passato e dal pessimo presente tornavano alla ribalta. Fra tutte, nelle mie memorie rimarra' sempre il Torino 91-92.

Che cuore, quel Torino. Che grinta, che passione. Che scarpe quadrate. La difesa presentava un giovanissimo Marchegiani ed un quartetto di poeti della tecnica: AnnoniBenedettiBrunoCravero. Gente che si portava le roncole da casa, e se oltre alle caviglie prendeva anche la palla pazienza. A centrocampo le cose andavano un leggermente meglio: oltre ai terribili Fusi e Martin Vasquez c'erano Scifo (scartato dall'Inter) e Lentini; davanti, la tristezza: Bresciani e Casagrande, 10 gol in due. In panca, un gruppo di pazzeschi comprimari come Policano, Mussi, Venturin, un giovanissimo Vieri, Cois e Sordo, che fu esilarantemente marcato da Blind nella finale di Coppa Uefa giocata contro l'Ajax. E gia', perche' il mio mito del Torino, squadra che gia' mi era simpatica, nasce proprio nella finale di ritorno. L'andata al Comunale di Torino e' una partita ricca di emozioni: sotto per quasi tutta la partita, nel finale i granata pareggiano, subiscono di nuovo e a 5 minuti dalla fine trovano il definitivo 2-2. Un risultato che li obbliga a vincere o segnare tanto 14 giorni dopo, quando si recano all'Amsterdam Arena, tana dell'Ajax, con tutta la voglia di strappare il trofeo ad una squadra di tutto rispetto che schiera gente del calibro di De Boer, Winter, Bergkamp, Jonk, Roy. Davvero una bella squadra. La partita e' tiratissima, con continui capovolgimenti di fronte. Il Torino ce la mette tutta, si vede che arranca, ma le migliori occasioni sono le sue: un palo di Casagrande, uno di Mussi, una traversa di Sordo. E gol niente. Una roba mai vista, e alla fine vince l'Ajax.
Quella sera mi sono innamorato di quel Torino.

Simile sorte tocca la settimana successiva alla simpaticissima Sampdoria di Boskov, Vialli, Mancini, Pagliuca, Vierchowod ed altri eroi che dopo aver portato a Genova lo scudetto sfidano in finale di Coppa Campioni il Barcellona di Guardiola, Laudrup, Stohickov, Zubizzarreta e Koeman. Altra partita drammatica, che termina ai supplementari con un gol del difensore olandese. Ancora una volta, Davide non sconfigge Golia.

Curiosamente, un videogioco che rivoluzionera' il genere dei manageriali sportivi mi portera' alla prima vera passione per una squadra di calcio. Sto parlando di Championship Manager, poi conosciuto anche come Scudetto, dove puntualmente sceglievo una squadra di infima categoria, l'Hartlepool; cittadina sita sulla costa inglese, appena sotto il confine con la Scozia. Un posto triste, nebbioso, puzzolente di pesce, e che un giorno dovro' assolutamente andare a visitare. Ero arrivato a seguirne le gesta in modi improbabili (all'epoca era gia' tanto avere un computer per giocare, altro che internet) e ne conoscevo la formazione e i risultati. Insieme al Bologna di Waas, Detari e Turkylmaz e il Cerveteri promosso in C2 nell'anno del signore 1991, sono le mie squadre di calcio preferite (ah, ci sono pure l'Empoli e la Pistoiese, ma solo perche' di solito in serie A prendevano caterve di gol).

 

 


 

 

Un discorso a parte lo meritano i Buffalo Bills, la squadra piu' maledetta della storia dell'NFL. Il football americano, che qui in Italia non ha un grosso seguito, mi ha sempre appassionato; quando lo trasmettevano in chiaro non mi perdevo una partita (adesso la fa Sportitalia ma non ho il tempo). All'epoca (stiamo parlando sempre dei primi anni '90) non e' che ne capissi troppo, le notizie in Italia arrivavano frammentarie; il piu' delle volte sceglievo la squadra da tifare per il colore delle magliette.
Fra tutti, i Buffalo Bills avevano delle magliette piuttosto tristi, ma c'era un giocatore che era incredibile: Thurman Thomas, il running back (cioe' quello che corre con la palla in mano). Un mostro, non lo fermavano nemmeno a sparargli. Insieme al ricevitore Andre Reed e il quarterback Jim Kelly formava un formidabile trio d'attacco.
Ecco, era una squadra tanto cuore e poco talento: anche Jim Kelly non e' che fosse questa star, ma per quattro stagioni di fila i tre portarono i Bills a giocare il Superbowl, la finalissima, l'evento che piu' catalizza l'attenzione degli sportivi statunitensi, superando una miriade di inconvenienti, battendo squadre teoricamente piu' forti di loro, rimontando partite gia' perse che entreranno nella storia.

Li persero tutti e quattro.

 

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Regolarmente, arrivata la finale, la squadra si scioglieva al sole, venendo asfaltata dall'avversario di turno. Jim Kelly non imbroccava piu' un passaggio, Thurman Thomas veniva inchiodato sulla linea di scrimmage; Andre Reed teneva botta, ma senza troppi passaggi ricevibili la sua pericolosita' offensiva veniva costantemente limitata. I Buffalo Bills sono l'emblema, l'essenza della squadra che ce la mette tutta e perde. Da allora, hanno percorso una china discendente che ancora non e' finita (non si sono piu' qualificati ai playoff dal '99), e nessun'altra squadra ha giocato quattro Superbowl di fila. Una maledizione scolpita nei loro caschi.

 

 


 

 

Chiudo questa carrellata con un personaggio divertentissimo, tanto talentuoso quanto pazzo ed incostante. E questi, nel mondo del motociclismo, non sono sinonimi di vittoria.
Sto parlando del Giapponese Noriyuki Haga, un personaggio assurdo, capace di tirare fuori perle di interviste (in Italiano) come questa:

 

 

NitroNori, la cui carriera e' del tutto anonima nel MotoMondiale, diventa l'idolo delle masse in Superbike. Guida in modo spettacolare, come se non ci fosse un domani; sorpassa in punti impossibili, fa traiettorie tutte sue. Insomma, un pazzo.
Nel 2000 corre con un 750 contro i 1000, e nonostante questo rimane in lotta fino alla fine del mondiale SBK; a due punti da Edwards, arriva la squalifica per Efedrina che gli toglie i 25 punti conquistati in SudAfrica e non gli fa correre l'ultima gara, consegnando la vittoria all'americano (400-335). E' solo il primo mondiale che gli sfugge: nel 2007, sulla Yamaha, viene inizialmente mazzolato da Toseland, su Honda, e la rimonta finale in un mondiale tiratissimo non basta: vince le ultime due manches ma perde di soli 2 punti (415-413). Nel 2008 e' sulla Ducati; in Quatar, a inizio stagione, e' autore di questa funambolica genialata durante una bagarre col suo amico Max Biaggi:

 

 

Infine, il 2009. Ancora sulla Ducati, stavolta nulla gli puo' levare il titolo. La moto e' la migliore, lui e' in formissima; l'unico pericolo potrebbe arrivare dal giovane americano rampante Ben Spies, che nella prima manche arriva sedicesimo. E poi vince 14 delle 27 manche restanti nel campionato. Nori lotta, si sbatte, va in crisi mistica e a meta' stagione e' indietrissimo. Poi recupera, fa due terzi posti; scivola in gara 2 in Ingilterra, la moto gli piomba addosso massacrandolo. E' d'obbligo una operazione chirurgica che lo lascera' malmesso per il resto della stagione. Lentamente, ma costantemente, Nori torna competitivo e rosicchia punti all'americano, che cede sotto il peso della pressione; all'ultima gara in Portogallo i due arrivano praticamente appaiati. In gara 1 Nori si sdraia, fra la disperazione dei suoi fan (ovviamente io sono fra loro) e Spies vince; servirebbe un miracolo in gara 2. Alla fine Nori e' saldamente secondo, e tutti a gufare Spies, che arriva quinto e vince il mondiale con sei punti di scarto (462-456).

Non si puo' non amare quest'uomo, il pilota piu' pazzo, divertente, inaffidabile e spericolato che abbia mai visto. Ora si e' dissolto in una nube di vapore (in SBK nessuno gli offre piu' una guida), ma restera' per sempre nel mio cuore.

 

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